martedì 11 aprile 2017

UT n. 59, I segreti sul web. La poesia di Michele Bartucci : "Segreti nascosti"




Forse
sei solo un sogno
o comunque
una creazione della mia mente.
Ma io
ho ancora il tuo sapore
sulla punta della mia lingua
ti sento in tutti i suoi pori
e la mia bocca, tutta
sa ancora di te.

Sento il tuo odore
fin nell’alto delle narici
ed il percorso
fino al cervello
sento invaso della tua essenza.

Sento la tua voce
echeggiare nelle trombe delle orecchie
ed all’unisono
la spingono su nella testa.

E vedo ancora la tua figura
stagliarsi davanti a me
come un dono
che ti porta l’estasi

e sento ancora sulle mani, sui polpastrelli
impressa fin nei solchi delle impronte
la tua pelle
che al contatto freme
e mostra i suoi brividi

E tutto insieme
tutti i sensi ed oltre
sento confluire
nelle cellule che portano al cervello
e nelle caverne più recondite
nascondono il tuo segreto

Michele Bartucci

lunedì 10 aprile 2017

UT n. 59, I segreti sul web. Il racconto di Elvira Bonin: "Il segreto"


Ma che bella giornata di m...”, sbottò Valentina lasciando cadere lo zaino che andò ad afflosciarsi debolmente sul pavimento. L’eco della sua voce la fece voltare di scatto, come se qualcuno avesse potuto ascoltarla in quel pianerottolo sempre silenzioso e deserto. La chiave girò rumorosamente nella toppa della porta che, spinta con forza, andò a sbattere sulla parete di contro.
Non era per niente di buonumore quella mattina Valentina, dopo avere scoperto per caso il suo ragazzo che amoreggiava con la sua migliore amica.
Aveva salito con affanno le scale dell’Ateneo per correre e rifugiarsi nell’auletta di Penale. La lezione non finiva mai, della voce del professore le arrivava soltanto il suono, e quando quella si faceva più acuta si sentiva scoperta mentre inseguiva altri pensieri, e allora abbassava lo sguardo e fingeva di prendere nota sul quaderno.
Quando fu per strada non si accorse neppure della pioggia che le punzecchiava il viso e le appannava gli occhiali.
A casa non c’era nessuno ad aspettarla, solo il silenzio che le ronzava nelle orecchie e la penombra in cui la casa era tuffata dandole un senso di soffocamento e di inquietudine.
Tirò nervosamente la tenda pesante della grande vetrata. Un gatto avanzava quatto quatto, coda bassa, sul muretto. Pioveva. Tra i rami del grande abete piccolissime luci si inseguivano alternandosi nei colori, rosso, giallo, verde.
E’ Natale”, disse Valentina, e si ricordò che la mamma le aveva dato appuntamento per la sera per lo shopping di Natale.
Squillò il telefono. “Sarà Roberto”, pensò. “Mi ha cercato sul cellulare e l’ha trovato spento, ma io non rispondo, non ho voglia di ascoltare le sue bugie”.
Intanto un raggio di sole si era fatto spazio prepotentemente fra le nubi addensate andando a fissarsi sulla parete in fondo. Valentina si avvicinò al divano dove il sole batteva più forte. Le piacque quel calore. Si allungò sul divano e si assopì.
Gli squilli ripresero. Si fermarono. Ricominciarono. “Perché tanta insistenza?”. Valentina si alzò, sollevò la cornetta e, “Pronto, pronto”, una voce squillante, lontana, le arrivava dall’altra parte del filo in un italiano stentato. “Cerco la signora Franca. Telefono dalla Germania. Sono la figlia di Pino R. Sono qui con me mia sorella Giusi e l’interprete”. “Ha sbagliato numero”, disse Valentina. “La signora Franca è mia zia, e abita al piano di sopra.”
Ora la voce dell’interprete le fissava un appuntamento per il giorno dopo e alla stessa ora pregandola di informare la zia chiedendole di essere presente possibilmente con gli altri di famiglia.
Valentina era senza parole. Dopo il clic del telefono che chiudeva la conversazione lei rimase con la cornetta ancora sollevata, incredula, confusa.
Si erano sbagliati forse, ma c’erano troppi dettagli che le facevano credere dell’esistenza di altre due figlie dello zio in Germania. Come dirlo alla zia, ormai anziana, ora che lo zio non c’era più per giustificarsi, per parlarle.
La zia lo aveva sposato che era vedovo con due figli. Sapeva dei suoi viaggi all’estero, del suo lungo soggiorno in Germania da ragazzo quando nel dopoguerra la gente si spostava dall’Italia per cercare lavoro. Sapeva del disagio della lingua, delle sue difficoltà di capire e di farsi capire, ma mai le aveva parlato di una donna e di altre due figlie. Lo aveva conosciuto come un grande lavoratore. Era stato anche in Svizzera, in Arabia dove raccontava di un clima impossibile, 50-60 gradi, irrespirabile. Le aveva raccontato delle abitudini della gente che aveva conosciuto, e lei si era appassionata a quei racconti, ma quel segreto gli era rimasto nel cuore intoccato fino alla morte.
Valentina si vide bambina quando lo zio l’accompagnava a scuola al posto della mamma e del papà che andavano via presto per lavoro. Ricordava le attenzioni che lo zio aveva per lei perché non prendesse freddo quando d’inverno le giornate erano rigide e piovose. Ricordava il gioco della “sorpresa” che lo zio teneva stretta in pugno nelle sue mani grandi e aspettava che lei indovinasse la mano giusta per donargliela.
Chissà se in quei momenti di gioco lo zio non pensava alle sue bambine ormai donne mentre lui forse le ricordava ancora piccolissime come quando le aveva lasciate. Quale sofferenza poteva provare senza poterla mai comunicare a nessuno.
L’animo di Valentina era agitato da mille pensieri, dibattuta fra la rabbia, la pena, e la comprensione. Ripassò in rassegna alcuni momenti della sua vita e si ricordò di una conversazione quando ormai giovinetta lo zio le disse:”Tu sei grande ormai, devi stare sempre attenta alla tua scelta. Se sbagli la persona che deve stare con te quell’errore lo paghi per tutta la vita”.
All’improvviso lo vide sul letto di morte. Soffriva, ma sembrava che un pensiero solo lo affliggesse. Con un soffio di voce ripeteva di continuo una frase che lei in quel momento non capiva. “Non ho neppure una foto”, diceva nell’affanno di morte.
Ora finalmente Valentina si dava ragione di quelle parole sofferte, ripetute, incomprese. Fra tutti quelli che gli stavano intorno lo zio forse cercava le sue due bambine, le cercava disperatamente, non le aveva mai dimenticate.
Chi sono io per giudicare un uomo?”, sospirò Valentina, e si accorse che la sua rabbia iniziale, la delusione, avevano ceduto il posto a quell’affetto che aveva avuto per lui quando era ancora in vita.
E Roberto? Ma quella è un’altra storia.

Elvira Bonin

venerdì 3 marzo 2017

UT LA PIAZZA - Numero 58 2016/2017


In questo numero

L'Editoriale
La piazza è mia
di Massimo Consorti
Prima che gli alienanti centri commerciali ne prendessero il posto, la piazza era il luogo principale d'incontro delle comunità. Paesani e cittadini, nobili, ragionieri e cafoni la popolavano soprattutto la domenica, dopo la messa, indossando l'abito buono e fumando sigarette americane o un Garibaldi...

Le rubriche

Il Corsivo
Agorà, agorà
di Alceo Lucidi
Sempre saremo debitori alle piazze. Soprattutto da italiani. Senza di esse non sarebbe esistito il nostro passato, con la lenta successione - e a tratti compenetrazione - di civiltà, culture, tradizioni. Siamo la stessa espressione delle piazze, sin dai Romani...

L'Elzeviro
Spiazzato
di Giuseppe Piscopo
Folla. Adunata oceanica. Affaccio. Balconi imbandierati. Un uomo solo al comando, il capo del carisma. La gente con affetto si inchina e saluta, agitando fazzoletti bianchi, con falsi movimenti. Una piazza poco democratica. Originariamente, al contrario, aveva una funzione sociale diversa...

Il Piedino
di E. J.
OHE' SUN CHI'
'Sta pias ghe lu denter in di occ
la me pias come 'sto trench fuori moda...
Ohé! Sun chì

Tempo di cinema
Souvenir d'Italie
di Michaela Menestrina
Autostop di ragazze straniere
nel Belpaese in divenire.
E il maschio italiano
ancorato allo stereotipo latino
si gira e commenta...

Spazio d'arte
a cura di Francesco Del Zompo
La piazza
di Sandro Piermarini
(acrilico su lastra incisa di pietra arenaria)
Nota critica
Lo spazio conteso
di Martina Luce Piermarini
La piazza per la comunità rappresenta il centro del proprio mondo. Lo è fisicamente: luogo dell'autorità laica ma soprattutto luogo di culto spirituale, di fede religiosa. E' in essa e attorno ad essa che da millenni si muove ogni fare umano ed è qui che le relazioni del quotidiano circolano...

Le prose

Come un tuffo in primavera
di Francesco Del Zompo
"Babbo, babbo, ho paura".
Il lamento e l'ansia che trapelavano dai suoi occhi, erano un tormento per suo padre, preoccupato anche d'altro che sospettava arrivasse da lì a poco. Il tram, poi il bus erano macchine mai viste dal bambino dai capelli nerissimi che contrastavano con il pallore del viso...

L'ora segnata dal destino
di Americo Marconi
Un mare di gente, tanta, troppa, per chi come loro cinque, era abituato a restare immobile, al vento e al sole, giornate intere scrutando l'orizzonte dove il verde azzurro dell'acqua diventa tutt'uno con il cielo. Stavano sulla destra a Piazza Venezia, vestiti con l'uniforme bianca della Regia Marina Militare...

Il mercatino dell'usato
di Elvira Bonin
Vi siete mai chiesti cos'è il mercatino dell'usato? E' come spiare nelle case della gente e vedere tutto quello che hanno gettato via, che è fuori uso, che non serve più. Eppure tutti noi il giorno del mercatino dell'usato siamo lì, in piazza, a sbirciare tra gli oggetti, a dondolarci tra una bancarella e l'altra...

Piazza Diomenea Mereghini Fanin Della Porta
di Massimo Consorti
Il vestito a mezza coscia metteva in evidenza due gambe perfette che, accavallate e con le mani posate sulle ginocchia, rapivano gli sguardi eccitati degli uomini e quelli invidiosi delle donne. Poi, aveva un seno da sogno che esultava sotto il tessuto leggero di un abitino che sembrava scolpito per...

Le poesie

Senza titolo
Enrica Loggi
Sei solo con la vista del tuo cielo,
coi tuoi passi attraverso la città
che si apre a ventaglio sulle ore
ed insieme le cinge e le disperde...

Rosa Marrakech
di Maria Grazia Maiorino
Balla Rosella
in un crescendo di suoni
piazza Jemaa el Fna...

Città di tela
di Rodi Ajmone Marsan
Questa piazza è la mia giovinezza
su cui posa, in giornata ch'è sempre festa,
una città di tela
clamorosa di vento invisibile...

Senza titolo
Salvo Lo Presti
Contavamo i passi 
che misurano la piazza,
ma solo da un lato.
"Altrimenti non giocano più"...

Piazza Unità d'Italia
di Lorenzo Toffoli
Tra le braccia della città,
un'esplosione di vuoto,
un calice che raccoglie
folle e solitudini...

Dintorni
di Roberta Lazzarini
Sole tra le foglie, una nota di caffè
e un mosaico di ombre tremule.
Mattina tiepida.
Politici affannati agli incroci...

Senza titolo
Elmira Rama
I sogni sono rimasti ghiacciati
sul tiepido sangue
che scorreva nelle vene della piazza /
ad Est...

Senza titolo
Martina Luce Piermarini
Sulla piazza sconvolta un bisbiglio infrange la distanza
un girotondo estremo cade sul mondo. Qui dove un tempo
abitai scalza mi inseguo. Creature sconosciute mi attraversano
ognuna un fuoco un corpo, ognuna quelle che fui. La notte...

Microcosmo di felicità
di Vittorio Camacci
Ci piaceva rubare lo sguardo delle ragazze
e poi suonare ai campanelli delle case
chiamarle alla finestra
nonostante il piglio severo delle madri...

La fotografia
Agorà (Piazza del Popolo)
di Umberto Candiani

La vignetta
s-piazzUT
di Giuseppe Piscopo 





lunedì 2 gennaio 2017

UT LA SPOSA - Numero 57 2016/2017


In questo numero

L'editoriale
Sognando un sogno
di Giampietro De Angelis
Cosa può desiderare una ragazza che vive in campagna negli anni '50, con tanta povertà diffusa? Il sogno passa attraverso il matrimonio con il vicino di casa, affidabile. Con il tempo verrà anche l'amore, forse. E una sfilza di figli, per un domani migliore...

Le rubriche

Il corsivo
di Alceo Lucidi
La sposa tradita
Mia madre il giorno del matrimonio aveva uno sguardo nuovo, luminoso, il volto splendidamente candido, brillanti gli occhi, disteso il sorriso. Si offriva al suo sposo con un misto di fiducia e pudore, solennità e abbandono. Erano i tempi ancora in cui i matrimoni contavano...

L'elzeviro
di Giuseppe Piscopo
Bianca spina
Bianca, immacolata, priva di segni. Non mi sento di consumare una tale sensazione di candore per descrivere una donna, quando diventa sposa. Verginità e purezza non sono più tabù da sposare. La donna occidentale vuole solo vivere le emozioni della sua scelta...

Il piedino
di E. J.
Mamma che sposa che c'era stasera
si sente perfino il profumo di festa
forse anche tu la vedevi la sposa
forse perché quella sposa eri tu...

Tempo di cinema
a cura di Michaela Menestrina
L'innocente
Tullio calcolatore egoista del vivere
alla ricerca perenne di emozioni per sé
tradisce pubblicamente Giuliana
che rassegnata e umiliata ai capricci della
contessa Teresa subisce la fratellanza del marito...

Spazio d'arte
a cura di Francesco Del Zompo
Heméra
di Genti Tavanxhiu
(acrilico su cartoncino)
Nota critica: L'arte che fatica!
di Francesco Del Zompo
Di fronte a una scultura classica o moderna (particolarmente quelle in pietra), tutti noi, anche i più esperti, ci poniamo con estremo imbarazzo, quasi timore intriso di rispetto prim'ancora di un giudizio estetico...

Le prose

Requiem
di Alessandro Cascio
Il giorno delle nozze, Lilith si circondò di sfavillanti mimose, prese tra miriadi di altre mimose meno candide dal vecchio Mr Todd, l'ultimo fioraio ambulante di Greys Inn che usava offrire un fiore a ogni donna che si fosse fermata a osservare la sua bancarella e se quella, accentandolo, ne fosse rimasta...

La sposa e il mare
di Rosita Spinozzi
Camminava a piedi nudi in riva al mare, ammantata dalla sua scomposta bellezza. I lunghi capelli aggrovigliati intorno ad un velo ormai ridotto a brandelli, gli occhi offuscati dalle lacrime che scandivano il ritmo dei suoi passi. Il volto percorso da una oscura ragnatela composta dai rivoli...

Amore sacro, amor profano
di Francesco Del Zompo
Alcuni uomini entrano in fila indiana nella casa del Signore, quasi allo sfumare dell'organo, in un'atmosfera dolentemente sacra. Prima uno, basso e ciondolante, poi l'altro più alto, il terzo a crescere, poi il quarto più largo degli altri. "Ma quanti becchini servono per accompagnare un piccolo fiore", pensò...

Miriam
di Massimo Consorti
Miriam guardava distrattamente il velo con il quale fra meno di un'ora sarebbe andata in sposa a Luciano. L'abito bianco lo aveva già indossato. Quante prove per adattare il vestito della madre al suo corpo esile e privo di seno! Quello ormai era diventato l'abito istituzionale delle donne della famiglia...

Le poesie

Senza titolo
Enrica Loggi
Con il velo che aleggia, luminosa
di strascichi si veste lei, già sposa.
Ha raccolto il celeste nei suoi occhi
e la porta del tempo non l'ha chiusa...

Senza titolo
Salvo Lo Presti
Andiamo a raccogliere
zagara e ranuncoli
in quel campo da bambini
dove non serviva altro...

Farsi distanti
di Emanuele Feliziani
Rivolto tra le dita i tuoi scatti
e le pose sconce degli arti,
di quando ti guardavo come
un bimbo guarda il mondo...

Senza titolo
Theocharis Bikiropoulos
Sposa, il tuo corpo nudo, oh donna!
Sposa mia, lo guardo per tante ore
lo accarezzo di notte
di giorno lo riconosco
e lo amo con il passar degli anni.
(Traduzione dal greco di Georgia Chaidemenopoulou)

Senza titolo
Victoria Esposito
Maestosa verso l'altare bianco
indossando il mio abito rosso;
ho ucciso la boria del freddo,
ho punito chi mi oltraggiava...

Stanca la sera
di Mario Narducci
Facile dire "sempre"
Due sillabe abusate
Come l'anello al dito
Come certezza
Colma di mistero...

La strana coppia
di Ivan Pozzoni
Tutti i canali della televisione
daranno notizia sensazionale
bloccando l'intero mondo davanti a un video
nell'attimo intenso dei telegiornale...

La femmena de casa
di Vittorio Camacci
Nin ci stà mistire più faticuse
de la femmena che s'è accasata
deve fà cuntinte lu spuse
e stà da li chiacchiere apparata...

Senza titolo
Martina Luce Piermarini
1. Ti chiamo incantatrice - forse sei un Barbagianni o mio Padre - Entri.
    So che entri e sei donna con fare perforante di donna e mani
    inalterabili di donna (gli esseri fluttuano in questo spazio che è loro)
    Sua maestà è un Iris e voi non capite come fonda è la danza della sposa -
    l'iride della caverna che accompagna le mani

Senza titolo
Lucilla Di Meco
Tornata da scuola Rawan
e i suoi otto anni
trova un uomo ad attenderla.
A volte il diavolo per conoscerlo
bisogna sposarlo...

Ricordi di una sposa
di Elmira Rama
Ho sposato il silenzio un giorno d'estate,
il respiro del vento era mio testimone
rose fulgide avevo nelle mani,
coperto il volto da un velo lacrimoso...

La fotografia
La sposa di Gesù
di Catia Panciera

La vignetta
TortUT
di Giuseppe Piscopo






giovedì 22 dicembre 2016

In attesa di UT La sposa. Americo Marconi: "Il pesce rosso"



Il pesce rosso

Vive in una boccia di vetro larga un palmo d’uomo.
Il tempo è misurato dallo scorrere dell’acqua tra le branchie, dal cibo che galleggia, dalle luci che si accendono e si spengono.
Le pareti che racchiudono il liquido sono trasparenti e deformano l’ambiente al di là di esse. A malapena percepisce piante, mobili, corpi. Uno in particolare sfiora delicato il cristallo facendo vibrare le sue viscere con un misto di dolore e gioia. Nei travasi si sono toccati: il calore della pelle ruvida ha suscitato emozioni in lui, abituato com’è al freddo.
D’improvviso, per più di una settimana, gli furono negate le poche scaglie di mangime e, ancora peggio, non ricevette acqua fresca per respirare. Inutilmente boccheggiava in superficie alla ricerca d’aria. Sfinito si posò sul fondo piatto, percependo un gelo crescente.
Fu allora, solo allora, che comprese di avere paura, non di morire – che senso aveva, si era sempre chiesto, trascorrere il tempo nuotando in attesa del pasto? - ma di essere solo. Capì il perché dell’emozione al contatto delle calde dita e pensò, per la prima volta, ai suoi simili. Esisteva qualcun’altro che assomigliasse all’immagine riflessa dalla vitrea parete? Era troppo tardi per domandarselo. Degli spasmi diffusi nel corpo rendevano impossibile il pur minimo spostamento.
E perché moriva? Si chiese. Perché soprattutto era vissuto? Forse non a lungo, ma era vissuto.
Un pesce non piange: le sue lacrime non hanno la forza di uscire contro la pressione, un pesce muove la bocca sempre più lentamente come stupito che tutto stia finendo.
Ci fu un bagliore che invase il liquido ormai lattescente, la solita mano cambiò l’acqua, e lui tornò lentamente a rivivere. Ma i quesiti suscitati dal pericolo estremo non l’hanno più abbandonato,
diffondendo una spessa tristezza nel fluido intorno.
Un avvenimento inatteso spezzò la ciclicità senza fine del tempo: la stessa persona si avvicinò al vaso e ci pose dentro un altro pesce. È più piccolo di lui, ancor più rosso, con due protuberanze sotto il collo che lo rendono grazioso o meglio graziosa, perché ha scoperto che è femmina.
La prima scaglia colorata aspetta che la mangi lei nel timore che non ne giunga una seconda e le danza intorno senza posa. Ogni notte cerca la pelle scivolosa come la sua che rassicura e aumenta la
certezza del domani.
Ha immaginato, forse in sogno, un ampio lago di acqua limpidissima e loro dentro, liberi e felici.

In attesa di UT La sposa. Roberta Lazzarini: "Senza titolo"



Senza titolo

Troppo breve la notte,

i sogni si contraggono in segmenti,

fluttuano, si associano e scompaiono

in veglie insane.

Gli occhi scivolano su assi,

tavole incise e cornici dorate.

Nel buio mi raffronto e temo

le foglie gialle intrappolate nei quaderni.

Attendo immobile nuove invasioni

di fantasie bambine.

Cavalli a dondolo e fate turchine nel bosco

e tu al mio al mio fianco, Pollicino.

mercoledì 21 dicembre 2016

In attesa di UT La sposa. Elvira Bonin "La fuga"


La fuga

Quando fu per strada, Lila si guardò intorno, cauta. Non c'era nessuno, solo una lunga fila di macchine accostate al marciapiede, e qualche cane randagio che si aggirava intorno al cassonetto dei rifiuti. Il rumore del portone che si richiudeva alle sue spalle la fece voltare di scatto. Provò un brivido.
Quella casa per lei si chiudeva per sempre, e con essa un passato recente che voleva dimenticare.
Sollevò lo sguardo verso i balconi, non li riconosceva come suoi. Le persiane sempre chiuse, le doppie tende, una sull'altra, perché da fuori non si intravvedesse neppure un filo di luce, le avevano rese estranea quella parte della casa.
Tutto all'interno era claustrofobico. I mobili, incollati l'uno all'altro, la cucina tutta bianca, con il vetro opaco bianco sul tavolo, le sedie bianche, le pareti spoglie bianche, le persiane sigillate che le procuravano un senso di angoscia.
Spiccava solo il rosso acceso dei peperoncini cerati appesi in un angolo per scacciare il malocchio secondo la mente contorta del marito.
Rivide davanti a sé la nera scrivania pesante, con i piedi a zampa, i divani incellofanati, la libreria soffocata da tendine pesanti e scure, che non lasciavano intravederne il contenuto.
La camera da letto? No, non la voleva ricordare.
Afferrò il trolley e corse via da quella strada assolata e deserta di quel primo pomeriggio d'autunno.
Quel letto sarebbe diventato il suo sudario se non avesse avuto il coraggio in quel momento di fuggire.
Vedeva fissi su di lei gli occhi del marito, vitrei, freddi, impenetrabili, quando la minacciava, il cuscino in alto in una presa agghiacciante, e lei raggomitolata per terra o nel letto, con gli occhi imploranti e in silenzio, in preda al panico.
Camminava frettolosa, guardinga, sollevando di tanto in tanto quel trolley pieno di niente che cigolava sul selciato. Vi aveva messo dentro alla rinfusa qualche ricambio, un libro di studio, una bambola di lenci, un regalo della mamma che l'accompagnava nei momenti difficili o di solitudine.
Svoltò in fretta, e si trovò sul vialone che fiancheggiava il mare. Gli specchietti di luce nell'acqua le arrivavano agli occhi come lame taglienti, e l'odore degli oleandri sulla strada mescolato alle esalazioni dell'asfalto rammollito dal sole le irritavano le narici già provate dalle lunghe tirate che trattenevano il pianto.
Dove andava? Rasentando i muri delle case si guardava intorno ad ogni traversa. Ogni angolo poteva essere un'insidia.
All'ultimo litigio, all'ultima minaccia era scappata via, approfittando del rientro al lavoro del marito.
Aveva in tasca solo 20 euro che aveva da tempo gelosamente custodito, e un panino confezionato in fretta insieme a una bottiglietta d'acqua. Nel portamonete, due biglietti da 50 euro che avrebbe speso solo in caso di estrema necessità perché erano le prove tangibili, che sarebbero servite in caso di giudizio, dell'ultima umiliazione subita la sera precedente da parte del marito.
Quei soldi che le sarebbero dovuti bastare per una settimana le erano stati dati intrisi di sputo ed attaccati in faccia come il timbro agli animali.
L'immagine di quei soldi incollati al viso, maleodoranti di sputo e pieni di lacrime, l'accompagnò per un tratto di strada, e le dette la forza di resistere, di andare avanti, di vincere la paura.
Squillò il telefono. Si sentì raggelare all'istante. Il marito la cercava, ne era certa, aveva scoperto la sua fuga.
Affrettò il passo, la strada da percorrere era lunga. Le macchine scorrevano veloci, superando i semafori senza ostacoli, e lei, sola, indifesa, aggrappata a quel trolley, che nella fretta si inceppava nelle crepe.
Il telefono stretto nella mano, quasi a farsi male, squillava, e lei lo lasciava squillare senza leggere il nome sul display, Dopo ripetuti richiami si fece coraggio, e lesse “Papà”.
Ora era certa. Il marito la cercava, e aveva informato tutti della sua fuga.
Cominciava ad essere assalita dal panico. All'ennesimo squillo rispose con la voce che a stento le usciva di gola per l'affanno della corsa e la paura.
“Lila, Lila, sono papà. Dove stai? non avere paura. Dimmi solo dove stai”.
“Alla stazione dei bus, sono appena arrivata.”.
“Non muoverti. Stiamo arrivando”.
Lila cercava di confondersi tra la gente. La macchina si fermò davanti a lei, e due braccia amiche l'avvolsero, cariche di affetto.
Davanti a loro si fermò anche la macchina del marito, che scese infuriato, aggredendola con parole volgari, minacciandola e ordinandole di tornare a casa.
Lei lo guardò a testa alta, ed ebbe il coraggio di dirgli:”Vattene, vattene via. Mi fai paura. Ho paura di te, Ho paura di stare con te”.
Abbandonata nella macchina, non aveva più forze, e si lasciò andare a un pianto silenzioso, infinito. Le lacrime calde le scioglievano la paura, l'ansia, il dolore.
Si sentiva svuotata di tutto, di sogni, di sentimenti, di pensieri. Sentiva solo il cuore pesante, e quel peso le toglieva il respiro.
A casa dei suoi si sentì al sicuro. Come un cane frustrato, si rannicchiò in un angolo sul divano e se ne stette in silenzio, col capo chino, come fosse colpevole di qualcosa.
Lei aveva soltanto scelto di vivere.
Quella sera la mamma le preparò amorevolmente il suo letto come quando era bambina. L'abbracciò sorridendo per farle coraggio, e andò via per lasciarla libera coi suoi pensieri,
Nella notte, quasi all'alba, la madre tornò a trovarla, e Lila era ancora lì, sveglia, raggomitolata sul divano, col cappottino ancora addosso, e le scarpe da tennis com'era scappata.
La madre si avvicinò a lei, la baciò sulla fronte e, dolcemente, senza parlare, l'aiutò a spogliarsi.
Il fresco delle lenzuola, l'odore delle coperte di casa, il suo materasso di ragazza, la luce dell'alba che filtrava dalle fessure del balcone, le sollecitarono il sonno, e lei, stanca e spossata, per la prima volta dopo tante notti, poté addormentarsi sicura, senza più la paura di non doversi più svegliare.